Marco Lombardo nella Divina Commedia
(Lombardia, metà del Duecento – Lombardia, seconda metà Duecento) è stato un cortigiano dell’Italia settentrionale del Duecento, di cui si hanno scarse informazioni storiche, e di cui parla Dante nella Divina Commedia. I più antichi commentatori lo descrivono come un personaggio positivo, nobile e generoso.

Dante, insieme con Virgilio nel corso del suo viaggio ultraterreno, incontra questo personaggio nel XVI canto del Purgatorio, nella terza cornice (tra gli iracondi, che espiano la loro pena immersi in un fumo densissimo e pungente). Dante incontra Marco LOMBARDO
Gli chiede se la fine della cortesia e il trionfo della corruzione derivino dall’influsso astrale o dalla volontà degli uomini; Marco risponde che responsabili sono gli uomini con il loro libero arbitrio (Però, se ‘l mondo presente disvia, / in voi è la cagione… vv.82-83), e la Chiesa che insidia l’autorità temporale dell’Impero (… ed è giunta la spada / col pasturale… vv.109-110)
Fonte Wikipedia
Lombardi di Sicilia
| Lombardi di Sicilia (Gallo-italici di Sicilia) |
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Montalbano Elicona, uno dei comuni galloitalici siciliani.[1] |
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| Luogo d’origine | e in minor parte da |
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| Popolazione | 60.000 circa | ||
| Lingua | Gallo-italico di Sicilia Italiano Siciliano |
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| Religione | Cattolicesimo | ||
| Distribuzione | |||
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| « … la Lombardia siciliana, i paesi lombardi della Sicilia… Città belle sono Aidone, Piazza Armerina, Nicosia: e sono quelle in cui è avvenuto un coagulo di gruppi etnici lombardi. Ma sono belle anche Enna, Caltagirone, Scicli: Enna col suo castello di Lombardia, Caltagirone che segna il suo municipio con lo stemma di Genova; Scicli che venera san Guglielmo, città, insomma, alla cui storia diedero apporto uomini del nord… » |
| (Leonardo Sciascia da Lombardia siciliana in La corda pazza, Torino 1970) |
I lombardi di Sicilia, altrimenti detti gallo-italici di Sicilia, sono una minoranza etno–linguistica, originaria dell’Italia nord-occidentale attestata in alcuni comuni della Sicilia centrale e della Sicilia orientale.
Queste comunità gallo-italiche sono tradizionalmente chiamate Lombardia siciliana o Sicilia lombarda, da cui le espressioni in uso ancora oggi di “colonie lombarde di Sicilia”, “comuni lombardi di Sicilia”, “paesi lombardi della Sicilia” e “dialetti lombardi di Sicilia”.
Uso e origine del termine lombardo
Il termine lombardo è da considerarsi pura contrazione linguistica dell’etnonimo longobardo, derivato dall’antico germanico Langbärte latinizzato in Langobardi. Nel medioevo era usato per indicare gli abitanti di tutta l’Italia Settentrionale, in particolare quella nord-occidentale, un territorio molto più vasto dell’attuale regione Lombardia, che comprendeva, oltre alla Lombardia stricto sensu, anche il Piemonte, la Liguria, l’Emiliae la Romagna.
Le colonie lombarde in Sicilia
Il castello di Sperlinga, importante baluardo difensivo dell’esercito normanno-lombardo. Sperlinga, dopo nove secoli, è ancora oggi una delle più importanti colonie lombarde della Sicilia.
I comuni dove è maggiormente riscontrabile ancora oggi una forte eredità lombarda sono Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina e Aidone in provincia di Enna, San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina, in provincia di Messina.
Tuttavia i sei principali e più conservati centri della minoranza linguistica Gallo Italico restano Piazza Armerina, Nicosia, Aidone, Sperlinga, San Fratello e Novara di Sicilia, che pertanto rientrano per la loro parlata alloglotta gallo italico nel Libro delle Espressioni del “Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia” istituito dalla Regione Siciliana. Infatti la parlata Gallo Italico viene ancora usata nei rapporti interpersonali a Sperlinga, Nicosia, San Fratello e Novara di Sicilia, mentre a Piazza Armerina e Aidone sopravvive in un ambito più ristretto ma è molto usato in funzione ludica e poetica e rimane facilmente compreso dagli abitanti in una sorta di naturale bilinguismo sentito come valore d’identità cittadina.
Furono colonizzate dai lombardi, anche solo parzialmente: Messina (alcuni quartieri), Roccella Valdemone, Santa Domenica Vittoria, Francavilla, Raccuja, Basicò, Floresta, San Marco d’Alunzio, Militello Rosmarino, Castel di Lucio, Motta d’Affermo e Santa Lucia del Mela, in provincia di Messina; Randazzo e Maletto sul versante occidentale dell’Etna; Caltagirone, Mirabella Imbaccari, Paternò, San Michele di Ganzaria, Militello in Val di Catania, nella provincia di Catania; Ferla, Buccheri, Cassaro, in provincia di Siracusa; Butera, e Mazzarino, in provincia di Caltanissetta; Enna (solo alcuni quartieri), Leonforte, Cerami, Agira, Pietraperzia, in provincia di Enna; Corleone e Vicari, uniche enclavi in provincia di Palermo.
Storia
La battaglia di Cerami (1063), decisiva vittoria dei normanni sugli arabo-saraceni e inizio della liberazione e latinizzazione della Sicilia
I primi lombardi arrivati in Sicilia, con una spedizione partita nel 1038, furono dei militari al seguito del condottiero bizantino Giorgio Maniace, che per brevissimo tempo riuscì a strappare Messina e Siracusa agli arabi. L’esercito di Maniace, oltre che da lombardi, fu composto da bizantini, da guardie variaghe, da truppe guidate dal longobardoArduino, arruolate con la forza in Puglia (i cosiddetti Konteratoi), e da una compagnia di normanni e vichinghi comandati da Guglielmo Braccio di Ferro e da Harald Hardrada, futuro re di Norvegia. Maniace fu l’unico condottiero che riuscì, prima dei normanni, a liberare seppur temporaneamente alcuni territori siciliani al dominio musulmano. I lombardi, giunti con la spedizione bizantina, si stabilirono a Maniace, Randazzo e Troina, mentre un nucleo di genovesi e di altri lombardi della Liguria si insediò a Caltagirone.
Migrazioni più consistenti di lombardi giunsero con la conquista normanna della Sicilia, iniziata nel 1061 con la presa di Messina. La liberazione dell’isola si rivelò un’impresa meno facile del previsto. I normanni impiegarono trent’anni per liberarla completamente dal dominio musulmano. Nel 1091, con la caduta di Noto, ultima roccaforte musulmana nell’isola, fu ottenuta la vittoria militare, ma nell’isola vivevano ancora numerosi arabi che miravano alla riconquista.
I normanni iniziarono così un processo di latinizzazione della Sicilia incoraggiando una politica d’immigrazione della loro gentes, francese (normanni, provenzali e bretoni) e dell’Italia settentrionale (in primis, piemontesi e liguri) con la concessione di terre e privilegi. L’obiettivo dei nuovi sovrani normanni era quello di rafforzare il “ceppo franco-latino” che in Sicilia era minoranza rispetto ai più numerosi greci e arabo-saraceni.
Complice il matrimonio del sovrano normanno Ruggero con l’aleramica Adelaide del Vasto, a partire dalla fine dell’XI secolo, vennero ripopolate le zone centrali e orientali dell’isola, la Val Demone, a forte presenza greco-bizantina, e la Val di Noto, con coloni e soldati provenienti dalla Marca Aleramica nel nord Italia, un’area dominata dalla famiglia di Adelaide, comprendente tutto il Monferrato storico in Piemonte, parte dell’entroterra ligure di ponente, e piccole porzioni delle zone occidentali di Lombardia ed Emilia.
Secondo molti studiosi, la migrazione di genti del nord Italia in queste isole linguistiche siciliane sarebbe poi continuata fino a tutto il XIII secolo. Si ritiene che i lombardi immigrati in Sicilia nel corso di un paio di secoli furono complessivamente 200.000 circa, una cifra piuttosto rilevante.
I coloni e i militari lombardi si stanziarono nella parte centro-orientale dell’isola, prevalentemente nelle terre concesse ad Adelaide del Vasto e a suo fratello minore Enrico, conte di Paternò e di Butera, considerato il capo degli Aleramici di Sicilia e dei lombardi siciliani.
Oppida Lombardorum
Nei testi coevi, il primo a menzionare l’esistenza in Sicilia di oppida Lombardorum (“città dei lombardi”) è lo storico normanno Ugo Falcando del XII secolo, nella sua opera Historia Siciliae, quando afferma che nel 1168, in seguito a un ribellione dei messinesi nei confronti di Stefano di Perche, cancelliere del Regno di Sicilia, le popolazioni di Randazzo, Vicari, Capizzi, Nicosia, Maniace e “di altre città lombarde” inviarono 20.000 soldati armati in aiuto all’esercito di Guglielmo II che aveva deciso di debellare i ribelli.
Come riporta lo storico Michele Amari, in un diploma del 1150-1153, scritto in greco e tradotto in latino nel 1285 durante il regno di Pietro d’Aragona, il normanno Ruggero concesse ai lombardi di Santa Lucia le stesse libertà di cui godevano gli abitanti di Randazzo[21][22].
In un diploma del XIII secolo, datato aprile 1237, l’imperatore Federico II di Svevia concesse al piemontese Oddone di Camerana, e ai cavalieri lombardiarrivati con lui in Sicilia, la terra di Corleone, in cambio della terra di Scopello, che aveva loro concesso in precedenza.
Lo storico Tommaso Fazello, vissuto nel XVI secolo, ci informa che “le popolazioni lombarde di Butera, Piazza, e altre città consorelle”, capeggiate dal nobile aleramico Ruggero Sclavo, insorsero contro Guglielmo I, per i privilegi che il sovrano aveva concesso alla popolazione siciliana di origine araba.
Lo stesso Fazello aggiunse alla lista di città lombarde compilata da Ugo Falcando, sulla base delle testimonianze della lingua parlata, anche i borghi di Aidone e San Filadelfio (oggi San Fratello), ma non facendo alcuna menzione di Vicari.
Le informazioni di Falcando furono riprese anche da storici di epoche successive: Giuseppe Bonfiglio, Caio Domenico Gallo, Francesco Testa.
Lingua
| « Era un siciliano, grande, un lombardo o normanno forse di Nicosia, tipo anche lui carrettiere come quelli delle voci sul corridoio, ma autentico, aperto, e alto, e con gli occhi azzurri. » |
| (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano 1941) |
Nei comuni lombardi di Sicilia si parla ancora oggi un dialetto gallo-italico che da sempre è suonato estraneo all’orecchio dei siciliani; già i primi studiosi che si occuparono di storia siciliana, da Tommaso Fazello a Rocco Pirri a Vito Amico, evidenziarono la parlata peculiare di questi paesi e la misero in relazione con la loro origine lombarda che affonda le sue radici nella conquista normanna della Sicilia. Nel tempo questi dialetti sono stati definiti lombardo-siculi, gallo-romanzi, gallo-siculi e infine galloitalici di Sicilia per distinguerli dai galloitalici settentrionali.
I principali e più conservati centri della minoranza linguistica Gallo Italico in Sicilia restano Piazza Armerina, Nicosia, Aidone, Sperlinga, San Fratello e Novara di Sicilia, che pertanto rientrano per la loro parlata alloglotta gallo italico nel Libro delle Espressioni del “Registro delle Eredità Immateriali della Sicilia” istituito dalla Regione Siciliana.[3]. Infatti la parlata Gallo Italico viene ancora usata nei rapporti interpersonali a Sperlinga, Nicosia, San Fratello e Novara di Sicilia, mentre a Piazza Armerina e Aidone sopravvive in un ambito più ristretto ma è molto usato in funzione ludica e poetica[14] e rimane facilmente compreso dagli abitanti in una sorta di naturale bilinguismo sentito come valore d’identità cittadina.
La questione delle origini
Nel corso degli ultimi due secoli sono state formulate più ipotesi sull’area di origine nell’Italia Settentrionale delle parlate gallo-italiche di Sicilia: Emilia occidentale in particolare dalle zone di Piacenza, area lombarda tra il Pavese, il Novarese e la Val Maggia nel Canton Ticino in Svizzera, e Piemonte, specialmente Monferrato. Come sottolinea il linguista Fiorenzo Toso, sulla base degli studi della glottologa Giulia Petracco Sicardi e le più recenti osservazioni del linguista svizzero Max Pfister, c’è ormai un diffuso consenso tra gli studiosi nel riconoscere comuni origini tra i dialetti gallo-italici della Sicilia e della Basilicata e quelli compresi tra il Basso Piemonte (province di Alessandria, Cuneo e Asti) e la Liguria montana occidentale (provincia di Savona).
Il mito del Gran Lombardo nella letteratura
| « Poi il Gran Lombardo raccontò di sé, veniva da Messina dove si era fatto visitare da uno specialista per una sua speciale malattia dei reni, e tornava a casa, a Leonforte, su nel Val Demone tra Enna e Nicosia, era un padrone di terre con tre belle figlie femmine, così disse, tre belle figlie femmine, e aveva un cavallo sul quale andava per le sue terre, e allora credeva, tanto quel cavallo era alto e fiero, allora credeva di essere un re, ma non gli pareva che tutto fosse lì, credersi un re quando montava a cavallo, e avrebbe voluto acquistare un’altra cognizione, così disse, acquistare un’altra cognizione, e sentirsi diverso, con qualcosa di nuovo nell’anima, avrebbe dato tutto quello che possedeva, e il cavallo anche, le terre, pur di sentirsi più in pace con gli uomini come uno, così disse, come uno che non ha nulla da rimproverarsi. » |
| (Elio Vittorini, Conversazione in Sicilia, Milano 1941) |
Ai lombardi di Sicilia, molti celebri scrittori siciliani hanno dedicato pagine intense, se non interi capitoli. Elio Vittorini nel suo Conversazione in Sicilia, pubblicato per la prima volta a Milano nel 1941, incontra il Gran Lombardo (cfr. Dante, Paradiso XVII, vv. 70 – 72), un personaggio immaginario che diventa pretesto per celebrare un’intera collettività, quella dei lombardi di Sicilia. Leonardo Sciascia al mito del Gran Lombardo di Vittorini e ai lombardi dedicherà qualche anno più tardi un intero capitolo de La corda pazza, pubblicato nel 1970 a Torino. Mentre Vincenzo Consolo nelle sue due opere Sorriso di un ignoto marinaio (1976) e Lunaria (1986) usa il dialetto sanfratellan
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